C’é un solo creatore

Testo di Chiara Muti

Dare un’immagine ai suoni… ad armonie il cui segno immacolato sulla partitura pare, nell’ascolto, svelarci bagliori che abiteranno visioni illuminanti il buio della scena. Nell’Opera la Musica é Regia! Nel teatro di Prosa la parola, libera di tempo e fraseggio, dinamica e colori, attende, sulla carta, d’esser reinventata. Sul pentagramma questa libertà é negata… la parola, imprigionata in musica, é già, di per se, interpretazione. Al regista l’arduo compito di decifrare le volontà del compositore…

Addio libertà del Teatro di parola… La tela é tutt’altro che Bianca…
Quando il sublime tocca vette a noi remote allora dato é a noi il compito di non sciuparlo e, umilmente, restituirne intatto l’eco che fu rivelazione per chi lo scrisse.

Il Lavoro sul Personaggio

Da Dove vengo… Dove vado… perché…

Sembrano domande esistenziali…ebbene sono le domande che ogni attore o cantante deve porsi entrando ed uscendo di scena, in quel mentre, illuminati dalla luce dei riflettori e scrutati da mille sguardi, abitati di « necessità », cuore pulsante del senso d’ogni azione. Il lavoro sulla psicologia del testo e del sottotesto  é alla base del mio modo di intendere il Teatro. Saper come costruire il vissuto d’un personaggio, intuendone il sentimento chiave e determinandolo in uno stile gestuale ben definito, a seconda del testo, dell’epoca e del contesto in cui l’opera fu  scritta, in un’armonia d’assieme  che coinvolga  l’intera macchina teatrale! Perché il tempo non é il tempo di uno,  ma di tutti! e se ognuno danza per se stesso lo spettacolo é perduto, perché il teatro si fa Insieme!  ecco perché l’arrivo tardivo alle prove dei cosiddetti divi,  non può che seminare discordia malumore e pressappochismo,  provocando l’inevitabile inquinamento d’una sana energia di gruppo! 

Nasco come attrice e come Attrice lavoro con i miei cantanti. Un regista attore può , a mio avviso, più profondamente aiutare i suoi colleghi in scena a trovare la giusta interpretazione. Da attrice di teatro ho avuto modo di assaporare il silenzio profondo che si crea in sala quando qualcosa di magico si produce in scena. L’ho vissuto da attrice, da spettatrice e anche da regista, che é la posizione più scomoda per guardare il frutto del proprio lavoro. Reputo fondamentale per un regista il poter affiancare in scena i propri interpreti mostrando loro con precisione clinica la gestualità richiesta nella spasmodica  ricerca del perché di ogni cosa… ognuno deve poter aver chiaro il suo senso del divenire in scena ed il conflitto che lo attanaglia agli altri e da che profondità di contrasti scaturisca, o sia maturato. L’analisi del libretto per un regista corrisponde all’analisi della partitura per un musicista.  All’opera il regista é chiamato ad essere anche musicista ed il musicista regista. Al testo parlato si affianca, traccia impercettibile e imperscrutabile, il sottotesto emotivo corrispondente alla musica. Ecco il miracolo dell’Opera! Due emozioni, visibile e invisibile,  leggibili e udibili allo stesso tempo, spesso concordanti con il significato esplicito della parola e spesso contrastanti, a testimonianza degli umani conflitti,  conscio ed inconscio si contrappongono a svelare l’arcana complessità della maschera umana… Quale altra forma d’Arte può arrivare a tanto? Ecco allora che ogni personaggio in scena può essere « uno, nessuno, centomila » come suggerisce Pirandello, approfondendo le molteplici espressioni dei rapporti umani, senza pero mai perdere di vista la trama musicale che non può essere tradita e silenziata da prese di posizione oltraggianti l’essenza più profonda del soggetto dell’Opera.

La parola, il testo, la scena, i costumi, la luce… tutto deve concordare in un’armonia perfetta!

Nel teatro di prosa l’attore ha pieni poteri sulla partitura del linguaggio, é « Maestro » dei propri silenzi, dei propri accenti e del ritmo della frase che dir si voglia spezzata, sospesa, rotta, scivolata, spiccata. Nell’Opera il « Maestro » é fuori di noi, precisamente tra palco e sala…e guida l’interprete, imprigionandolo in una convenzione che,  solo se rispettata, può arrivare al superamento del linguaggio del dire sublimandosi nel linguaggio del sentire, oltrepassando le questioni di comprensione della lingua. Il linguaggio da parlato diviene universale. L’emozione é dunque riconoscibile da tutti, Che si abiti a Tokyo o New York,Tunisi, Madrid, Parigi o Vienna… i grandi eroi lirici sopravvivono  indenni alla maledizione dialettica della Torre di Babele, che divide i popoli generando incomprensione. Attenzione allora a non distorcere questo  potere dell’Opera sovrastrutturandola di intellettualismi attualizzanti ed inverosimili rivisitazioni  e  finendo per confondere il dialogo tra musica e parola, avvilendone le prerogative,  nel vano tentativo di cercare di innovare , o ancor più umiliante, « svecchiare » un linguaggio che già di per se é Universale! Grande peccato di orgoglio! ne risulta la dispersione delle energie e l’annientamento del discorso musicale, l’Opera , oltraggiata, si ripiega su se stessa, in un non senso tra sottotesto dell’inconscio e testo del conscio… che la brutalizza usurandola e portandola si, allora, fuori tempo…

Il pubblico

Il nostro lavoro sta nella condivisione…

Un teatro senza pubblico é come una risposta ad una domanda non formulata.

Nei tristi giorni della pandemia ci sentimmo orfani perché privati del « Perché »…

Il Teatro trova il senso d’ogni sua smania di perfezione nel  donare ciò per cui si é combattuto  ad altri, il teatro é metafora d’una società altruista, non di prevaricazione,  ma di democrazia, e lo sapevano bene i Greci le cui Polis erano strutturate attorno al Tempio la Piazza e il Teatro!

Senza l’attesa, la tensione, l’ascolto e il calore del pubblico non può avvenire il miracolo del rito espiatorio del Teatro, e ci si ritrova fiacchi, e privi di motivazione… la malinconia pervade lo spazio attorno a noi ed il suono sordo del vuoto ,come un muro , spezza lo slancio che lega azione a  reazione. Un silenzio di Morte… un senso di smarrimento pervade i cuori… come se alla musica mancassero i primi accenti, quelli che precedono il preludio di tutto…  e che in teatro si traducono in una sorta di frivolo e gaio vociferare, fonte di adrenalina per ogni teatrante che dir si voglia, e , a fine spettacolo, la mancanza d’un applauso o d’un dissenso, saluto e comiato dell’artista che trova ristoro o motivazione per la sera a venire… ci si ritrova persi,  come una preghiera « la cui disianza vuol volar sanz’ali ».

Grande errore credere che il teatro possa ridimensionarsi imprigionandosi alle tecnologie moderne… l’occhio dello spettatore deve viaggiare libero, e poter liberamente spaziare, la dove l’immaginazione guida il suo divagare in scena, senza filtri o  mediazioni semplicistiche, a seconda delle emozioni che la storia suscita in lui. Nessun montaggio cinematografico potrà mai sostituirsi a quel rapporto intimo che solo il rito del teatro può creare e che parla dell’uomo a l’uomo. Per questo credo di poter  affermare con certezza che il Teatro non morirà mai! Al contrario sarà luogo di Resistenza dell’umanità.

Condivisione di Ricordi il privilegio d’un’infanzia a teatro

Sono cresciuta  nell’Arte, Tra le poltrone di velluto rosso dei teatri… primo sussulto fu « l’Opera da tre soldi » di Bertolt Brecht, regia di Giorgio Strehler. vi assistetti comodamente avvolta nell’ovatta del liquido materno, una sera del 1973. In scena, Domenico Modugno sparò un colpo d’arma da fuoco, mia madre sentì un sobbalzo! La mia prima presa di posizione! Fu il teatro a darmela, e, strana coincidenza,  colui che sarebbe diventato, più tardi, il mio Maestro. Pochi giorni dopo nacqui podalica… mi sono sempre detta che, in fondo, non ho mai voluto guardare la realtà in faccia, ma ricrearla nel gioco dell’interpretazione del se per smascherarla! Da allora il teatro fu la mia casa… la mia presa di posizione… non mi sono mai sentita più sicura che immersa in una poltrona di platea, accovacciata nel buio,  spiando il miracolo del teatro compiersi davanti ai miei occhi rapiti… Strehler, Ronconi, Erzog, Enriquez, Vitess, Lievi, Cavani, De Simone, jobb, Hampe… quanti e quanti registi… ognuno con un metodo diverso, uno stile, una necessità… il lavoro sul personaggio,  sulla fisicità, il trucco, e il costume, il carattere che si affina e prende forma! La luce che lo ridisegna in chiaroscuri da quadri d’altri tempi, e infine la voce e la musica che ne avvalora i non detti… il mio primo amore fu a otto anni, Figaro di Samuel Ramey, un americano che arrivò con i texani ai piedi e che Strehler trasformò, aleggiandogli attorno, nel rivoluzionario Servo di Beaumarchais! E fu il primo Miracolo a cui assistetti!  Poi fu la volta di Ferrando di Francisco Araiza nel meraviglioso « Cosi Fan Tutte » di Hampe, al Festival di Salisburgo ancora aleggiante d’ombre dei Titani.  E mi rivedo sporgermi dall’alto della balconata, a fine recita, e gridare  tutto il mio entusiasmo agli interpreti di quel  miracolo di perfezione Mozartiana, e urlare  al cielo ringraziamenti perché Wolfgang  potesse sentirmi! Dieci Anni… e la certezza  che i morti, quando ci parlano dall’aldilà, come all’opera, sono più vivi dei vivi che ci circondano! Da allora il mio quotidiano divenne noia… unica mia ragione d’esistenza: la musica e il teatro… mio padre mi regalò il primo esemplare in cassette del Cosi fan tutte prodotto dalla sua allora casa discografica, la mitica Emi, con una dedica che porto nel cuore… « A Chiara che a dieci anni conosce cosi bene questo capolavoro di Mozart, con l’augurio più grande che possa sempre gioire di affetti veri e profondi, nella vita e nella famiglia, oggi domani e sempre » quelle cassette mi parlano di un tempo il cui incanto opera oggi come allora… quando il teatro mi chiama alle mie responsabilità di interprete… ma allora… le responsabilità erano quelle della scuola, i miei compagni di gioco divennero le teste di legno dei burattini della collezione di mio Nonno materno nella  casa di Ravenna. Dentista  e Burattinaio per vocazione, quella moltitudine silenziosa appesa ai muri dello studio di mio padre ,fu il mio primo pubblico, il silenzio di quei volti é carico dell’energia vitale che ognuno di loro spese per convincere il pubblico dei bambini delle piazze di fine ‘800 di meritare d’esistere! Dietro quegli sguardi apparentemente fissi si celano i chiassosi  entusiasmi d’un’infanzia volata all’eternità. Quel mistico silenzio dietro cui si trincerano  l’hanno conquistato danzando sui polsi degli umani e possedendone, un tempo,  occhi e voce… e ci sopravviverà!

Ideale perduto…

La prima, per un regista, é un trapasso… nulla si può più tentare, e tutto si compie… si vorrebbe interagire ancora e non si può… si soffre in silenzio con chi sta in scena, si anticipa mentalmente ogni momento critico sperando che tutto funzioni come dovrebbe, tutto é ormai compiuto… davanti a noi, quel sogno, a lungo  meditato e covato nei meandri del proprio immaginario prende forma svelandosi, in tutta la sua « infallibilità »… l’ideale di perfezione a cui si era aspirato non può che prender forma nel tradimento di se stesso… il sogno si fa materia, trova  la sua essenza nell’effimero a cui é soggetto… abdicando cosi, in parte, allle sue aspirazioni… bisogna imparare a lasciar presa… l’umiltà dell’abbandono… allora può accadere  qualcosa di magico… lo spettacolo, sfuggito al nostro controllo, ci incanta e ci stupisce rendendoci spettatori sorpresi del nostro stesso operato, incantandoci… allora lo spettacolo può dirsi riuscito! In questa cacciata del paradiso…immersi nel buio, « nudi » di fronte agli altri aspettando di poter essere percepiti, compresi da un’estranea  moltitudine che ci circonda… in attesa d’esser giudicati…  ma il vero giudizio é da noi stessi che lo pretendiamo! Un giudizio senza sconti di pena!

Il teatro é metafora di vita, come un miracolo l’ispirazione ne sancisce la nascita, la vita ne modella gli atti, prova dopo prova, nel tentativo di governarne gli esiti, e la morte ne decreta l’espirazione in cui l’opera, compiuta,  si piega al giudizio dei posteri. La bellezza e il mistero dell’uomo sta nella sua capacità a vestire di speranza la sua condizione di precarietà, la gravità della sua sostanza… Cala la tela sulle assi impolverate e domani il palcoscenico accoglierà nuove voci e nuovi passi… e avrà nuove storie da raccontare ad altri, prima e dopo di noi… il teatro é scuola di umiltà, quel luogo sacro dove si compie il rito che celebra conflitti e contraddizioni, grandezze e bassezze dell’umana natura, ed é per questo che non tollera ne censura ne rivisitazioni postume che nascondano tempi dove la civiltà ha commesso errori! Il teatro é il luogo della catarsi!  del peccato di Hibris! Il più temuto dagli antichi Greci perché fonte di sopraffazione… e prevaricazione sulle altrui libertà!  L’uomo ha bisogna di vedersi rappresentato cosi com’é! Senza sconti,  come in uno specchio, per potersi liberare dai mali che lo corrodono, per accettare la sostanza greve della propria natura e per poter credere all’eternità della propria razza…attraverso il racconto…  vincere il tempo, testimoniando, attraverso l’antico rito dell’interpretazione, d’essere eterni pur sapendo di non esserlo.

I Miei Maestri

Giorgio Strehler mi ha insegnato che il Teatro é vocazione!

Per essere padroni bisogna essere servi… ovvero solo quando si imparerà a servire l’Opera la si padroneggerà!

Per Strehler la parola é musica e la musica parola… i recitativi, solo una questione di tempo… le ore passate al Piccolo Teatro a padroneggiare l’arte della maschera dei comici della Commedia dell’Arte, veicolata dal grande Arlecchino di Ferruccio Soleri,  ne é stato uno dei più grandi insegnamenti.

Umiltà e sacrificio! Ed una maschera a coprire il sudore d’una fronte asservita ad un carattere… l’Ego cancellato a servizio degli eterni  Pantalone o Brighella, Colombina o  Zanni…

La personalità del singolo posta al servizio di un’armonia di insieme, in netto contrasto con l’individualismo imperante! Il Teatro come scuola di ascolto e comunione!

Quando mi presentai ai provini per entrare alla scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, avevo diciott’anni, ricordo che, alla prima prova, portai il grande recitativo di Donna Anna dal Don Giovanni di Mozart… quando al colloquio mi chiesero il perché aver scelto un recitativo d’Opera a secco,  senza accompagnamento musicale, cosa alquanto straniante, risposi: « Ho buon Maestro che mi fa la scuola… Mozart e da Ponte… » risero tutti e fui ammessa con gioia infinta.. ma dietro quella frase c’é la verità del mio modo di fare ed intendere il teatro.

Per me il teatro é profondamente legato alla musica. Ritmo, fraseggio, colori sono alla base di tutto e la lingua italiana ne é regina! Le vocali nei recitativi possono, schiarendosi o scurendosi, illuminare d’intenzioni e magie la parola… ne erano maestri i grandi cantanti del passato! Le cui parole erano comprensibili dagli ultimi  posti del loggione! Oggi i cantanti tendono a privilegiare il volume a scapito dei colori… e spesso le cinque vocali della lingua italiana si trasformano in un’unica monotona  vocale intubata che rende le parole incomprensibili privandole di fascino e  significanza!  Ogni lingua ha i suoi punti forti…da amante dei grandi commediografi… Dante in francese o Moliere in inglese… e Shakespeare in ungherese… certamente quanto si perde del ritmo, del fraseggio e dei colori dell’originale… immenso privilegio lavorare nell’Opera! Dove non c’é bisogno di traduzione. La musica eleva la lingua sfuggendo alle leggi del comprensibile e del traducibile entrando nell’intelligibile! Perché la musica non spiega! La musica evoca!

Ne fu Maestra Valeria Moriconi, colei che reputo mia Grande Maestra di teatro.

La sua recitazione apparentemente naturale veniva da un rigore certosino, mi insegnò a masticare il testo, ingerirlo e digerirlo per poi poterlo letteralmente abitare come una sola carne.

un animale teatrale! Ma quanto studio… diceva: « per ore , per giorni, leggo e rileggo migliaia di volte le frasi del copione…quando lo posseggo completamente posso passare alla calibratura della voce in rapporto alla psicologia del personaggio usando la voce come un violino il cui diapason é l’anima e l’archetto é mosso dall’intelligenza sulla partitura del testo »  e aggiungeva che il teatro non era solo parola ma « gesto, voce, corpo educato, stato d’animo, scelta di vita » innovatore in questo senso fu Stanislavskij!, ed é proprio a lui che fu intitolato il corso a cui fui ammessa dopo tre prove ,l’ultima delle quali al cospetto del grande Strehler ai corsi del Piccolo Teatro Di Milano. Portai Nina dal  Gabbiano di Checov. Ricordo che ad un tratto Giorgio saltò sulla scena cominciò a recitarmi accanto… mi sentii fuori di me abitata da un’energia « altra » che terminò in un suo entusiastico grido di approvazione… mi invitava a perdermi… a parlare oltre me trapassandomi… lasciarsi andare con fiducia… ma per farlo bisogna avere la consapevolezza di gettarsi nelle braccia d’un Titano… e questa é la maledizione di chi comincia il teatro con cosi alti auspici… il mio percorso é tassellato di meravigliosi incontri… tra i quali vorrei ricordare la creativa esuberanza di Micha Van Hoecke che mi ha insegnato ad affondare i piedi alla terra levando lo sguardo al cielo… su tutti il sorriso disarmante e rumoroso di Valeria Moriconi , il cui sguardo di pantera pare trafiggermi ancor’oggi, di tanto in tanto, quando sto per entrare in scena… l’indomabile creatura di De Filippo e  di Enriquez , che fu una delle più grandi attrici della storia del nostro teatro cercava sua figlia per la commedia di Marivaux «  la madre confidente ». Mi presentai, salii sul palco, portando «Elvira » dal don Giovanni di Moliere… cominciai… e il silenzio fu rotto dalla mia voce che a primo acchito stentava a credere a se stessa… risuonare sinceri di fronte a chi sa che non lo si é fingendo entrambe di volerci credere… dilemma del disincanto a teatro…   poi ci credetti e talmente che inveendo contro il fantasma di Don Giovanni che mi parve intravedere nel buio della sala l’emozione mi sopraffece e la memoria mi giocò quel vuoto che tanto spaventa gli attori.. non mi perdetti d’animo e cercai in me… il silenzio divenne un dialogo tra me Valeria…  lei non l’interruppe ed io feci come se dovesse poter durare un’eternità… in quell’istante sentii che l’avevo toccata…  e mi disse «  sei brava bambina, l’ho visto quando cercavi , con disarmante sincerità, il personaggio che per un attimo ti aveva abbandonato » Quanto ho imparato con Valeria…istinto e ragione, cuore caldo e mente fredda, trattenuta gestualità, silenzi vibranti, pause prolungate, raschiate sonorità della voce… e soprattutto immenso rispetto per il lavoro!  la grande scuola del teatro mi accompagnò dagli inizi… e voglio che quanto ho imparato possa esser tramandato alle nuove generazioni.

Magia d’assieme

La magia del teatro opera quando meno te lo aspetti… spesso un momento che avevamo idealizzato  magico sulla carta, si rivela banale o di passaggio, mentre quel che avevamo inteso di passaggio si illumina di immenso… come la vita! I migliori incontri avvengono per caso!

Ma un caso che bisogna sapersi andare a cercare! In tal senso il Teatro é metafora di vita!

Lo si deve fare con le persone che condividono la stessa etica al lavoro,  per riuscire a crescere reciprocamente sapendo di doversi rimettere sempre in gioco, come fosse la prima volta, e sempre con la stessa determinazione e cura poco importi il luogo e l’importanza della sala!

Il teatro é collaborazione! Lo si fa insieme! Tengo immensamente al rapporto privilegiato che mi lega ai miei collaboratori, un rapporto che deve essere prima di tutto umano! D’amicizia, di stima e d’ascolto! scenografia luci e costumi non sono mero sostegno estetico ma piena significanza d’un messaggio comune da veicolare al pubblico. L’idea primaria da me immaginata nella solitudine della mia ricerca d’ascolto musicale e di comprensione del contesto storico sociale della vicenda,  si nutre poi dell’immaginario di artisti che condividano lo stesso ideale d’intendere il teatro! Ovvero un ideale nel quale ci si metta al servizio dell’Opera! un ideale di bellezza intesa come pulizia estetica e forma del racconto atta alla trasmissione d’un concetto comune da difendere ed elevare. Da prima si dialoga con la scenografia… quando la necessità registica  é definita e l’orizzonte scenografico é tracciato allora ci si affida al chiaro scuro! La luce é per me fondamentale! Traccia nello spazio il percorso da perseguire, indica allo sguardo la natura dei primi piani e d’assieme… modellandoli di essenza interiore! I costumi allora vengono a suggellare le immagini definendo epoche e linee che possano, in un assieme di tagli e  colori ben assortiti,  veicolare la forma del contenuto!

Quel buio che si fa in sala, prima che s’apra il sipario, é preghiera!

Per i greci si trattava della Catarsi… una riflessione di chi siamo e di chi vogliamo essere o diventare. Tutto é possibile… Medea, Agamennone, Prometeo, Antigone, Edipo, Fedra…sono la… giganti solitari a gridarci dal profondo delle radici dell’archetipo della natura sfuggente del nostro io… il teatro ci parla di noi… ci racconta chi siamo e chi potremmo essere… e mentendo apertamente fa emergere la verità! É un rito eterno che, per convenzione, sfugge alla modernizzazione del Mondo. Il teatro é cosa seria! Vero culto dell’umana natura. Svanisce con noi e con noi rinasce… la natura instabile delle cose ci ricorda che come dice Prospero nella tempesta di Shakespeare: » noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni… »