
02 Mar Don Giovanni


Note di regia
Edmond Rostand
LE DIABLE
au Pauvre.
Traîne-moi jusqu’ici ce beau costume vide
Où chacun glissera son rêve…
DON JUAN
Hein?
LE DIABLE
Tu vas voir
Quel drôle de petit enfer tu vas avoir!
DON JUAN
L’enfer des monstres… de Néron… d’Héliogabale?
LE DIABLE
Non ! un petit enfer de toile qu’on trimbale.
DON JUAN
Le guignol ?… Je veux être un damné!
LE DIABLE
Tu seras
Une marionnette, et tu ressasseras
L’adultère éternel dans un carré bleuâtre.
DON JUAN
Grâce! l’éternel feu!
LE DIABLE
Non! l’éternel théâtre!
La facciata d’un palazzo nobiliare in rovina, riversa a terra, fumante ancora dell’ultima scena appena terminata e già pronta per essere raccontata. Brandelli d’un decoro di teatro usurato dal tempo… Dalle porte riverse al suolo, più simili a sepolcri che a fastosi luoghi di incontri, corpi di marionette risorgono dalle ceneri d’un tempo che fu, logore, polverose…
Si trascinano in cerca d’uno stereotipo al quale aggrapparsi per ritornare ad esistere. Dall’alto, appesi ai fili d’un burattinaio immaginario, Dio per alcuni per altri il caso, calano i costumi che le vestiranno d’un nuovo inizio.
Come nuovi nati alla vita eccoli, i sei personaggi, scoprire ad uno ad uno il ruolo al quale saranno destinati per tornare a naufragare ancora sulle assi di quel palcoscenico che è il mondo. Primo a sfuggire al nulla è un servo brontolone e rancoroso, Leporello, che afferra gli abiti protestando ingiustizia al grido di “Voglio fare il gentiluomo, e non voglio più servir…!”, le sue rimostranze son stroncate sul nascere dal giungere di una nobildonna disonorata, che alla sola vista dell’abito che la vestirà di Donna Anna, come una furia si getterà nella crepa al suolo ancora fumante per riacciuffar l’autore dei suoi mali. Seguiranno Ottavio, l’amante nobile e oltraggiato, Elvira, la moglie tradita e abbandonata, Zerlina, la contadina ingenua e civettuola e Masetto, lo sposo geloso e tontolone. Questi sei personaggi altro non sono che satelliti in cerca d’un pianeta attorno al quale orbitare, e quel pianeta è Don Giovanni.
Rainer Maria Rilke
E l’angelo a lui venne e disse: Dedica
a me tutto te stesso. È questo il mio comando.
Ho bisogno di un uomo che più degli altri sappia
alle donne più dolci al suo fianco
render la vita amara. Non che tu ami meglio
(non interrompermi: tu sbagli);
pure, tu ardi, e sta scritto che tu
condurrai molte donne a quella solitudine
cui apre la via questa porta profonda.
Don Giovanni non esisterebbe senza donne!
Deve alle sue prede il nome che porta, sono loro le vere protagoniste della sua storia, quelle donne evocate per grado forma ed età nel catalogo dal servo Leporello. Sono la bionda, la bruna, la bianca, la grassotta, la magrotta, la grande maestosa, la piccina vezzosa, la vecchia, la giovin principiante, la ricca, la brutta e la bella…
Le dodici entità che deambulano in scena sono le ombre del rimorso di Don Giovanni, o meglio quello che vanno cercando invano torturandosi senza pace e che vorrebbero veder balenare nel profondo dei suoi occhi sfuggenti, per liberarsi dall’umiliazione d’essere, un giorno, state sue vittime. Donne che appartengono a tutte le epoche, a testimonianza della demoniaca longevità del loro carnefice il cui mantello cangia di colore al desiderio d‘ogni sua bella. Anna è una dama alla corte del Re Sole, virtuosa e peccatrice, metà Madame de Maintenon metà Madame de Montespan, Elvira veste i panni d’una contessa della Belle Époque, cerebrale, isterica ed eternamente insoddisfatta, Zerlina è la bambola sensuale ed accogliente degli anni cinquanta, confezionata dall’uomo per l’uomo. A tutte le altre non è dato d’avere un nome… Echi di storia… immortali perché possedute, usate, umiliate, sedotte, maltrattate e condannate al suono sordo della dimenticanza.
Alfred de Musset
Elles t’aimaient pourtant, ces filles insensées
Que sur ton cœur de fer tu pressas tour à tour;
Le vent qui l’emportait les avait traversées;
Elles t’aimaient, Don Juan, ces pauvres délaissées
Qui couvraient de baisers l’ombre de ton amour,
Qui te donnaient leur vie, et qui n’avaient qu’ un
[jour!
Don Giovanni è libero arbitrio! Degno figlio di quell’angelo del Paradiso che sfidò Dio, tiene ben salde le redini del suo destino, e può ben invitare la morte a cena!
Il mito che incarna l’ha reso immune, l’archetipo che rappresenta l’ha liberato dai fili a cui sono ancorati tutti gli altri, e nessun timore di Dio riuscirà mai ad ammaestrarlo!
Eroe positivo per i comici dell’arte, con i suoi lazzi e le sue imprecazioni mandava in visibilio le piazze! Lo sprezzo che aveva della morte esaltava la plebe vessata dai precetti del clero, appagandola d’un senso di rivalsa. E così, ad attraversare i secoli è un Don Giovanni amato e popolare, mai odioso e ripugnante, ma coraggioso e affascinante!
Simbolo del maschio seduttore che persegue il suo istinto primordiale e animalesco di insaziabile predatore, i cui fiori impollinati assicurano lustro alla natura, nel Settecento è un libertino figlio dell’Illuminismo, nobile, colto, raffinato poeta e padre d’una schiera di innumerevoli discepoli tra i quali Giacomo Casanova che la leggenda vuole presente alla prima rappresentazione dell’opera a Praga nel 1787. Li immagino, Mozart e Da Ponte, a lume di candela davanti ad un buon bicchiere di “eccellente Marzemino” distillare vizi e virtù del Dongiovannismo guidati dall’arguzia di uno dei suoi più fedeli adepti.
“Chi a una sola è fedele verso l’altre è crudele; io, che in me sento sì esteso sentimento, vo’ bene a tutte quante: le donne poi che calcolar non sanno, il mio buon natural chiamano inganno.”
Certo a Leopold Mozart il libretto del Don Giovanni non sarebbe sicuramente andato a genio, ma Leopold non c’era più, si era spento qualche mese prima, e in questo senso il rapporto tra Don Giovanni e il Commendatore si veste di luce nuova. Il Commendatore è la coscienza pulita di Don Giovanni, l’ombra giudicante di quella luce che il Dissoluto va rinnegando, nel duello che li interpone Don Giovanni combatte contro se stesso.
“Battiti meco” gli impone il Commendatore. “No non mi degno di pugnar teco” “Così pretendi da me fuggir” è come se Don Giovanni parlasse a se stesso e si sussurrasse “Non puoi fuggire da te stesso… Un giorno dovrai affrontare la tua coscienza”. Forse è per questo che dopo quella sublime metafisica pagina del terzetto della morte del Commendatore, la domanda di Leporello al suo padrone risulta non più buffa, ma di una profondità psicoanalitica sconcertante: “Chi è morto? Voi o il vecchio?” Come a dire “Quale parte di te si è salvata… la luce o il buio?” Il servo stesso intuisce che quel vivo uccidendo la parte buona di sé si è già spinto nell’abisso del non ritorno.
Il limite tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi è fragile. In questa vicenda tutti vorrebbero essere come Don Giovanni… Ottavio vorrebbe la sua virilità e il suo coraggio, Leporello il suo denaro e i suoi privilegi e Masetto la sua cultura e la sua nobiltà. Le donne invece vorrebbero in fondo esser tutte possedute, è palese quanto alla fine finisca per risultarci simpatico colui che dovremmo moralmente condannare!
E che Mozart ha lasciato senza una vera aria perché Don Giovanni vive negli altri… Non ha tempo da perdere e corre dritto incontro al suo destino. Gli altri, invece, sono comprimari inconcludenti, aspiranti protagonisti! Anna, per esempio, che si dispera per la morte del padre, lo fa in maniera affettata, priva d’ogni spontaneità, e mi fa venire in mente la Desdemona agonizzante e compiaciuta di Laura Betti in “Che cosa sono le nuvole” di Pasolini; geniale affresco sulla condizione umana. Anna recita male la sofferenza e con tale enfasi da domandarsi se a Mozart fosse mancata l’ispirazione per piangere un padre, o se piuttosto non l’avesse fatto apposta! Dopotutto è un dramma giocoso! La festa in casa di Don Giovanni è un lugubre ritrovo di maschere, il cui giudizio irrompe impersonificato dalle tre statue da processione con lacrime di cera affisse al viso ad espiazione dei peccati del mondo. Anna, Elvira e Ottavio, che tanto ci ricordano i dévots, si vedono costretti ad intonare ipocritamente quel “Viva la libertà” ai piedi d‘un tiranno che celebra il suo credo auto incoronandosi! L’aristocratico Don Giovanni può ben agire impunemente, lo sapeva Molière e lo sanno bene anche Mozart e Da Ponte “La nobiltà ha dipinta negli occhi l’onestà”. Ma la morte è una livella…
Nel cimitero Don Giovanni si ritrova davanti ad un ammasso di burattini al macero, casse abbandonate colme di canovacci, memorie di storie oramai votate all’oblio. Appeso in malo modo alla pari di tutti, il fantoccio del Commendatore tace, inerme. La morte avvilisce la carne e demolisce ogni sorta di privilegio.
Don Giovanni l’ha in spregio e sfidandola la invita a cena.
Alfred de Musset
Et le jour que parut le convive de pierre,
Tu vins à sa rencontre et lui tendis la main;
Tu tombas foudroyé sur ton dernier festin:
Symbole merveilleux de l’homme sur la terre,
Cherchant de ta main gauche à soulever ton verre,
Abandonnant ta droite à celle du Destin!
In una scena desolata il nostro eroe solo, come un condannato, attende, seduto su quella sedia che accompagnò Molière nei suoi ultimi istanti di teatro. Omaggio al suo genio che sublimò Don Giovanni rendendolo immortale. Un’ombra smisurata irrompe sulla scena, la coscienza di pietra chiede d’essere ascoltata! Esige un pentimento. Don Giovanni rinnegare se stesso? Come già fece il vile Faust davanti alle porte dell’inferno? Mai! La salvazione sarebbe per lui una sconfitta. In quei no irati, ripetuti ad oltranza, vige il mito di Don Giovanni. L’ombra sembra rinunciare alla sua impresa di redenzione! Saranno le donne la sua condanna… Costretto a guardarsi dentro… e veder riflessa la sua immagine così come la vedono le sue vittime e doverne sostenere lo sguardo… I loro occhi bruciati dal pianto ficcati come dardi nei suoi. Il mistero di ciò che si è realmente è insostenibile… L’incantesimo dell’invulnerabilità al rimorso si spezza… Don Giovanni sprofonda all’inferno. Ma per poco, e lo sa… Il male riconosce il male e l’elegge suo ambasciatore sulla terra.
Gli altri accorrono, lo cercano… si ritrovano davanti la scena dell’inizio… la crepa al suolo che l’ha inghiottito, ancora fumante. “Più non sperate di ritrovarlo, lontano andò” Leporello li ammonisce, in quel precipizio, in cui gli è stato dato di cadere, loro non potranno mai approdare, ancorati ai fili della loro decorosa e noiosissima sopravvivenza. Così Mozart li lascia orfani del peccato a cui segretamente ognuno anela. Deambulano, persi, fantasticando d’un avvenire che non gli è dato avere, ancorati a quei costumi che, innalzandosi al cielo, li lasciano nudi, privi di giudizio, balbettando una morale oramai svuotata di contenuto. Mentre la musica si perde… la dimenticanza li attanaglia e crollano al suolo, nell’attesa di ritornare ad inebriarsi ancora di quel brivido che solo un attimo di perdizione può suscitare… di quell’eternità a cui il Dissoluto Punito, in virtù di se stesso, è già asceso. Eternamente libero…
Eternamente Don Giovanni.